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Il restauro delle sfingi e la scoperta del blu egizio
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Oggi, visitando la Galleria dei Re, si possono ammirare numerose statue di divinità e faraoni egizi.
Alcune, realizzate in blocchi di granodiorite, appaiono di colore scuro, mentre la maggior parte si presentano chiare, con sfumature che vanno dal giallo al rosa.
Ma è davvero questo l'aspetto che avevano in origine? La pietra, se osservata più da vicino, ci racconta una storia diversa: quella di colori che un tempo dovevano essere vividi - rosso, giallo e, soprattutto, blu egizio.
Sebbene l'esposizione agli agenti atmosferici e lo scorrere del tempo non ci permettano di osservarle come erano in origine, le analisi scientifiche nonché l'attività di restauro ci permettono di recuperare gli elementi necessari per scoprire come queste statue dovevano apparire in antico.
È proprio questo l'obiettivo del progetto di restauro ora in corso, che riguarda le sfingi monumentali provenienti dal tempio di Mut a Karnak e oggi esposte nella Galleria dei Re.
Questa attività ha innanzitutto visto svolta un'indagine approfondita delle sfingi, per rispondere vari interrogativi tra cui: come sono state realizzate? quali colori sono stati impiegati e in che modo? quali interventi esterni (naturali o fatti dall'uomo) hanno subito nel corso del tempo, come per esempio restauri in epoca moderna? qual è lo stato conservativo attuale dell'opera?
Completato lo studio preliminare è stato possibile procedere alla pulitura, un'operazione che non può e non mira a recuperare l'"antico splendore" delle opere ma ne migliora lo stato conservativo e ottimizza la leggibilità di alcuni dettagli cromatici.
Prima di restaurare, è necessario conoscere a fondo. Proprio per questo le sfingi sono state sottoposte a un ampio programma di indagini diagnostiche in collaborazione con numerosi enti di ricerca, finalizzato a ricostruirne lo stato di conservazione, comprendere i materiali e le tecniche esecutive, individuare eventuali tracce della policromia originaria e definire la strategia di intervento più efficace e rispettosa delle superfici.
La prima fase del progetto è stata dedicata alla documentazione delle opere tramite fotografie in luce visibile diffusa (Vis-D) e modelli tridimensionali, che costituiscono la base conoscitiva dell'intero intervento.
Le riprese in luce visibile, eseguite dal team del Museo Egizio, consentono di documentare con precisione lo stato delle superfici, raccogliendo informazioni sulla tecnica esecutiva delle sfingi, sugli eventuali interventi conservativi precedenti e sul loro stato di conservazione.
Successivamente sono state realizzati i modelli tridimensionali delle stesse, garantendo un riferimento digitale di elevata precisione, funzionale al monitoraggio e alle successive fasi di analisi e restauro.
Parallelamente, le superfici sono state esaminate con un microscopio ottico digitale portatile, che ha permesso di mappare le diverse forme di alterazione e approfondire lo studio della tecnica esecutiva delle statue.
Lo studio diagnostico è poi proseguito attraverso le indagini multispettrali, ovvero delle tecniche che permettono di analizzare l'oggetto utilizzando diverse lunghezze d’onda della luce, comprese quelle invisibili all’occhio umano (Raggi infrarossi e ultravioletti), e capaci quindi di mostrare dettagli non percepibili a occhio nudo.
Tra le analisi applicate sulle sfingi dal team del Museo Egizio vi è ad esempio la tecnica VIL (luminescenza indotta dalla luce visibile).
Innanzitutto l'opera viene illuminata con una fonte di luce visibile e fotografata con una fotocamera sensibile ai raggi infrarossi. Nell'immagine ottenuta la superficie delle sfingi appare scura, mentre il blu egizio risulta molto luminoso.
Questo accade perché, quando viene illuminato, il blu egizio emette una radiazione nel vicino infrarosso, invisibile all'occhio umano ma registrabile dalla fotocamera. Grazie a questa tecnica è possibile individuare la presenza di dettagli che, come nel caso delle sfingi, non sono più visibili a occhio nudo.
Un altro tipo d’indagine particolarmente rilevante per via del metodo e dei risultati evidenziati è la Blind Separation Technique (BST), svolta dal team del laboratorio ALS dell’ICCOM/CNR di Pisa.
Si tratta di un’avanzata metodologia di elaborazione di immagine che permette di scomporre in modo dettagliato tutte le informazioni provenienti da un preciso punto della superfice. Quindi è possibile ottenere contemporaneamente informazioni su: pigmenti originali, ritocchi moderni, materiali applicati sulla superfice già in antico, elementi di alterazione dello stato conservativo.
Ed è proprio grazie alle analisi svolte, nonché agli studi condotti su queste opere in occasione del riallestimento della Galleria dei Re (novembre 2024), che si può affermare con certezza che le sfingi del tempio di Mut a Karnak erano dipinte anche di blu egizio.
Invisibili a occhio nudo ma preservate per oltre tremila anni sulla pietra, queste tracce sono state identificate: sul nemes (il copricapo del faraone) sulla barba posticcia e sul nastro che la sostiene.
Nel corso dei secoli, i pigmenti possono subire processi di degrado dovuti all’esposizione alla luce, agli agenti atmosferici, all’erosione della pietra e ai molteplici eventi che intaccano le opere nel corso della loro storia conservativa. Per questo motivo, oggi, molte superfici appaiono apparentemente prive di colore.
Nonostante ciò, microscopiche particelle di pigmento rimangono intrappolate all’interno della porosità dell'arenaria e, seppure non più visibili a occhio nudo, sono identificabili attraverso la VIL.
In particolare, il pigmento del blu egizio, quando sottoposto a una fonte di luce, emette un’intensa fluorescenza nello spettro luminoso dell’infrarosso e diventa quindi osservabile attraverso il sistema di imaging multispettrale.
La ricerca del blu egizio rappresenta solo uno degli aspetti delle indagini diagnostiche. Le analisi consentono infatti di riconoscere anche altri pigmenti e materiali presenti sulla superficie delle sfingi, distinguendo quelli originari da quelli depositatisi o applicati nel corso della loro storia conservativa.
Grazie a queste tecniche, infatti, sono stati riportati alla luce altri dettagli decorativi: tracce di pigmento rosso sul volto delle statue, residui di nero utilizzato per delineare il trucco degli occhi e parti della decorazione del nemes.
Le indagini, inoltre, hanno consentito di mappare e ricostruire lo strato preparatorio, realizzato in base di gesso e carbonato di calcio.
Il progetto prevede la pulitura delle sfingi tramite il Laser in Fibra Attiva (AFL) Smart 300 di El.En., una tecnologia di recente creazione e sviluppo, i cui primi studi in ambito dei beni culturali risalgono al 2009. Si tratta di uno strumento di altissimo valore tecnologico, che permette di affrontare il trattamento di superfici di grandi dimensioni con elevata efficienza operativa, mantenendo al tempo stesso un altissimo livello di precisione e controllo.
Considerato il suo recente impiego nel settore archeologico, questo progetto è un’occasione abbastanza unica per valutare l’efficacia e la potenzialità di questo strumento, nonché l’occasione di contribuire alla letteratura di settore attraverso nuovi studi e future pubblicazioni.
La complessità dell'intervento, il tipo di indagini condotte oltre che la strumentazione impiegata ha riunito attorno a quest'operazione di restauro quattro partner scientifici, che hanno messo a disposizione del Museo Egizio competenze specialistiche, laboratori e dispositivi diagnostici avanzati.
Nello specifico, il CNR di Pisa si è occupato dello svolgimento delle analisi multispettrali, l’Università di Torino ha contribuito alle indagini sui materiali inorganici e alla valutazione dell’efficacia della pulitura, mentre l’Università di Pisa ha curato lo studio delle sostanze organiche, attraverso analisi finalizzate all'identificazione di eventuali protettivi, consolidanti, adesivi o altri materiali applicati nel corso di precedenti interventi conservativi.
Infine, l’azienda El.En ha fornito la strumentazione laser, e la consulenza tecnica per la prima fase di test.
Il restauro delle sfingi non si svolge dietro le quinte: il Museo Egizio ha scelto di trasformarlo in un "cantiere" aperto, rendendo il pubblico partecipe di un'attività che normalmente rimane dietro le quinte.
Infatti, la struttura protettiva installata attorno alla sfinge non rappresenta solo uno strumento di protezione per l’opera e per il pubblico durante lo svolgimento delle attività, ma costituisce un vero e proprio strumento di comunicazione. Attraverso una grafica dedicata si racconta a chi è in visita: perché si restaura, quali tecnologie vengono impiegate e quali scoperte stanno emergendo.
Inoltre, attraverso uno schermo esterno e una telecamera interna è possibile assistere in diretta alle operazioni di pulitura, quando in corso di svolgimento, altrimenti mediante una proiezione video si possono osservare le attività preliminari di diagnostica svolte.
Il restauro diventa così parte integrante dell'esperienza di visita, offrendo un'occasione rara: osservare come si conserva il patrimonio e come la ricerca continui ancora oggi a far emergere nuovi dettagli da opere realizzate oltre tremila anni fa.
Il progetto, avviato per la parte di studio preliminare a febbraio 2026, è entrato nel vivo a fine giugno con l'avvio ufficiale delle indagini diagnostiche e le successive operazioni di pulitura sulla prima sfinge, dando così inizio a un percorso che sta già restituendo importanti risultati.
Nelle prossime settimane il lavoro proseguirà con nuove analisi scientifiche, condotte dall'Università di Torino, per misurare l'efficacia degli interventi di pulitura.
Da settembre il cantiere si sposterà sulla seconda sfinge, con l'obiettivo di completare il restauro entro ottobre, quando entrambe le opere saranno “restituite” alla visione del pubblico.
Il progetto, però, non si ferma al restauro. Continueremo a raccontarne ogni fase, condividendo immagini, risultati e nuove scoperte.
Un percorso che è possibile seguire anche da vicino visitando il Museo Egizio, dove approfondire il progetto e osservarne l’evoluzione direttamente nella Galleria dei Re. I biglietti sono acquistabili QUI.
Seguiteci per non perdere gli aggiornamenti e scoprire, passo dopo passo, come ricerca, tecnologia e restauro stanno riportando alla luce la storia delle sfingi di Karnak.
Alcune, realizzate in blocchi di granodiorite, appaiono di colore scuro, mentre la maggior parte si presentano chiare, con sfumature che vanno dal giallo al rosa.
Ma è davvero questo l'aspetto che avevano in origine? La pietra, se osservata più da vicino, ci racconta una storia diversa: quella di colori che un tempo dovevano essere vividi - rosso, giallo e, soprattutto, blu egizio.
Sebbene l'esposizione agli agenti atmosferici e lo scorrere del tempo non ci permettano di osservarle come erano in origine, le analisi scientifiche nonché l'attività di restauro ci permettono di recuperare gli elementi necessari per scoprire come queste statue dovevano apparire in antico.
È proprio questo l'obiettivo del progetto di restauro ora in corso, che riguarda le sfingi monumentali provenienti dal tempio di Mut a Karnak e oggi esposte nella Galleria dei Re.
Questa attività ha innanzitutto visto svolta un'indagine approfondita delle sfingi, per rispondere vari interrogativi tra cui: come sono state realizzate? quali colori sono stati impiegati e in che modo? quali interventi esterni (naturali o fatti dall'uomo) hanno subito nel corso del tempo, come per esempio restauri in epoca moderna? qual è lo stato conservativo attuale dell'opera?
Completato lo studio preliminare è stato possibile procedere alla pulitura, un'operazione che non può e non mira a recuperare l'"antico splendore" delle opere ma ne migliora lo stato conservativo e ottimizza la leggibilità di alcuni dettagli cromatici.
La diagnostica e le analisi multispettrali
Prima di restaurare, è necessario conoscere a fondo. Proprio per questo le sfingi sono state sottoposte a un ampio programma di indagini diagnostiche in collaborazione con numerosi enti di ricerca, finalizzato a ricostruirne lo stato di conservazione, comprendere i materiali e le tecniche esecutive, individuare eventuali tracce della policromia originaria e definire la strategia di intervento più efficace e rispettosa delle superfici.
Documentazione fotografica
La prima fase del progetto è stata dedicata alla documentazione delle opere tramite fotografie in luce visibile diffusa (Vis-D) e modelli tridimensionali, che costituiscono la base conoscitiva dell'intero intervento.
Le riprese in luce visibile, eseguite dal team del Museo Egizio, consentono di documentare con precisione lo stato delle superfici, raccogliendo informazioni sulla tecnica esecutiva delle sfingi, sugli eventuali interventi conservativi precedenti e sul loro stato di conservazione.
Successivamente sono state realizzati i modelli tridimensionali delle stesse, garantendo un riferimento digitale di elevata precisione, funzionale al monitoraggio e alle successive fasi di analisi e restauro.
Parallelamente, le superfici sono state esaminate con un microscopio ottico digitale portatile, che ha permesso di mappare le diverse forme di alterazione e approfondire lo studio della tecnica esecutiva delle statue.
Imaging multispettrale
Lo studio diagnostico è poi proseguito attraverso le indagini multispettrali, ovvero delle tecniche che permettono di analizzare l'oggetto utilizzando diverse lunghezze d’onda della luce, comprese quelle invisibili all’occhio umano (Raggi infrarossi e ultravioletti), e capaci quindi di mostrare dettagli non percepibili a occhio nudo.
Tra le analisi applicate sulle sfingi dal team del Museo Egizio vi è ad esempio la tecnica VIL (luminescenza indotta dalla luce visibile).
Innanzitutto l'opera viene illuminata con una fonte di luce visibile e fotografata con una fotocamera sensibile ai raggi infrarossi. Nell'immagine ottenuta la superficie delle sfingi appare scura, mentre il blu egizio risulta molto luminoso.
Questo accade perché, quando viene illuminato, il blu egizio emette una radiazione nel vicino infrarosso, invisibile all'occhio umano ma registrabile dalla fotocamera. Grazie a questa tecnica è possibile individuare la presenza di dettagli che, come nel caso delle sfingi, non sono più visibili a occhio nudo.
Un altro tipo d’indagine particolarmente rilevante per via del metodo e dei risultati evidenziati è la Blind Separation Technique (BST), svolta dal team del laboratorio ALS dell’ICCOM/CNR di Pisa.
Si tratta di un’avanzata metodologia di elaborazione di immagine che permette di scomporre in modo dettagliato tutte le informazioni provenienti da un preciso punto della superfice. Quindi è possibile ottenere contemporaneamente informazioni su: pigmenti originali, ritocchi moderni, materiali applicati sulla superfice già in antico, elementi di alterazione dello stato conservativo.
La scoperta del blu egizio
Ed è proprio grazie alle analisi svolte, nonché agli studi condotti su queste opere in occasione del riallestimento della Galleria dei Re (novembre 2024), che si può affermare con certezza che le sfingi del tempio di Mut a Karnak erano dipinte anche di blu egizio.
Invisibili a occhio nudo ma preservate per oltre tremila anni sulla pietra, queste tracce sono state identificate: sul nemes (il copricapo del faraone) sulla barba posticcia e sul nastro che la sostiene.
Perché oggi non vediamo più il blu egizio?
Nel corso dei secoli, i pigmenti possono subire processi di degrado dovuti all’esposizione alla luce, agli agenti atmosferici, all’erosione della pietra e ai molteplici eventi che intaccano le opere nel corso della loro storia conservativa. Per questo motivo, oggi, molte superfici appaiono apparentemente prive di colore.
Nonostante ciò, microscopiche particelle di pigmento rimangono intrappolate all’interno della porosità dell'arenaria e, seppure non più visibili a occhio nudo, sono identificabili attraverso la VIL.
In particolare, il pigmento del blu egizio, quando sottoposto a una fonte di luce, emette un’intensa fluorescenza nello spettro luminoso dell’infrarosso e diventa quindi osservabile attraverso il sistema di imaging multispettrale.
Non solo il blu egizio: leggere la policromia originale
La ricerca del blu egizio rappresenta solo uno degli aspetti delle indagini diagnostiche. Le analisi consentono infatti di riconoscere anche altri pigmenti e materiali presenti sulla superficie delle sfingi, distinguendo quelli originari da quelli depositatisi o applicati nel corso della loro storia conservativa.
Grazie a queste tecniche, infatti, sono stati riportati alla luce altri dettagli decorativi: tracce di pigmento rosso sul volto delle statue, residui di nero utilizzato per delineare il trucco degli occhi e parti della decorazione del nemes.
Le indagini, inoltre, hanno consentito di mappare e ricostruire lo strato preparatorio, realizzato in base di gesso e carbonato di calcio.
Tecnologia e ricerca al servizio della conservazione
Il progetto prevede la pulitura delle sfingi tramite il Laser in Fibra Attiva (AFL) Smart 300 di El.En., una tecnologia di recente creazione e sviluppo, i cui primi studi in ambito dei beni culturali risalgono al 2009. Si tratta di uno strumento di altissimo valore tecnologico, che permette di affrontare il trattamento di superfici di grandi dimensioni con elevata efficienza operativa, mantenendo al tempo stesso un altissimo livello di precisione e controllo.
Considerato il suo recente impiego nel settore archeologico, questo progetto è un’occasione abbastanza unica per valutare l’efficacia e la potenzialità di questo strumento, nonché l’occasione di contribuire alla letteratura di settore attraverso nuovi studi e future pubblicazioni.
Un progetto che ha coinvolto il mondo della ricerca
La complessità dell'intervento, il tipo di indagini condotte oltre che la strumentazione impiegata ha riunito attorno a quest'operazione di restauro quattro partner scientifici, che hanno messo a disposizione del Museo Egizio competenze specialistiche, laboratori e dispositivi diagnostici avanzati.
Nello specifico, il CNR di Pisa si è occupato dello svolgimento delle analisi multispettrali, l’Università di Torino ha contribuito alle indagini sui materiali inorganici e alla valutazione dell’efficacia della pulitura, mentre l’Università di Pisa ha curato lo studio delle sostanze organiche, attraverso analisi finalizzate all'identificazione di eventuali protettivi, consolidanti, adesivi o altri materiali applicati nel corso di precedenti interventi conservativi.
Infine, l’azienda El.En ha fornito la strumentazione laser, e la consulenza tecnica per la prima fase di test.
Comunicare il restauro
Il restauro delle sfingi non si svolge dietro le quinte: il Museo Egizio ha scelto di trasformarlo in un "cantiere" aperto, rendendo il pubblico partecipe di un'attività che normalmente rimane dietro le quinte.
Infatti, la struttura protettiva installata attorno alla sfinge non rappresenta solo uno strumento di protezione per l’opera e per il pubblico durante lo svolgimento delle attività, ma costituisce un vero e proprio strumento di comunicazione. Attraverso una grafica dedicata si racconta a chi è in visita: perché si restaura, quali tecnologie vengono impiegate e quali scoperte stanno emergendo.
Inoltre, attraverso uno schermo esterno e una telecamera interna è possibile assistere in diretta alle operazioni di pulitura, quando in corso di svolgimento, altrimenti mediante una proiezione video si possono osservare le attività preliminari di diagnostica svolte.
Il restauro diventa così parte integrante dell'esperienza di visita, offrendo un'occasione rara: osservare come si conserva il patrimonio e come la ricerca continui ancora oggi a far emergere nuovi dettagli da opere realizzate oltre tremila anni fa.
Le tappe del progetto e passi futuri
Il progetto, avviato per la parte di studio preliminare a febbraio 2026, è entrato nel vivo a fine giugno con l'avvio ufficiale delle indagini diagnostiche e le successive operazioni di pulitura sulla prima sfinge, dando così inizio a un percorso che sta già restituendo importanti risultati.
Nelle prossime settimane il lavoro proseguirà con nuove analisi scientifiche, condotte dall'Università di Torino, per misurare l'efficacia degli interventi di pulitura.
Da settembre il cantiere si sposterà sulla seconda sfinge, con l'obiettivo di completare il restauro entro ottobre, quando entrambe le opere saranno “restituite” alla visione del pubblico.
Il progetto, però, non si ferma al restauro. Continueremo a raccontarne ogni fase, condividendo immagini, risultati e nuove scoperte.
Un percorso che è possibile seguire anche da vicino visitando il Museo Egizio, dove approfondire il progetto e osservarne l’evoluzione direttamente nella Galleria dei Re. I biglietti sono acquistabili QUI.
Seguiteci per non perdere gli aggiornamenti e scoprire, passo dopo passo, come ricerca, tecnologia e restauro stanno riportando alla luce la storia delle sfingi di Karnak.
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Dal lunedì al sabato dalle ore 9:00 alle 18:00